Il cane del santo fa 17.000

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Trama

Ai più era apparsa come una nuvola di polvere in quel secco novembre, che pareva estate, di tanti anni fa. Ben presto si accorsero che tre tragedie in una sola volta si erano abbattute sul piccolo villaggio di Riozzo alle falde del castello di Melegnano. La chiesa era crollata, le due persone più ammirate del paese risultavano scomparse, e la fonte miracolosa del Riozzello si era prosciugata. I nobili cugini e rivali Paolo e Pietro cominciano una gara a chi per primo risolleverà le sorti dello sfortunato borgo… ma quando una cosa deve andare storta non vi è nulla che la possa raddrizzare. Comincia così una serie di divertenti peripezie.

Il bilancio dei primi due mesi…

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Ai più era apparsa come una nuvola di polvere in quel secco novembre, che pareva estate, di tanti anni fa. Ben presto si accorsero che tre tragedie in una sola volta si erano abbattute sul piccolo villaggio di Riozzo alle falde del castello di Melegnano. La chiesa era crollata, le due persone più ammirate del paese risultavano scomparse, e la fonte miracolosa del Riozzello si era prosciugata. I nobili cugini e rivali Paolo e Pietro cominciano una gara a chi per primo risolleverà le sorti dello sfortunato borgo… ma quando una cosa deve andare storta non vi è nulla che la possa raddrizzare. Comincia così una serie di divertenti peripezie.

I COMMENTI DEI LETTORI DELL’EDIZIONE 2008 LEGGILI QUI: http://ilcanedelsanto.wordpress.com/i-commenti-dei-lettori/

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Ai più era apparsa come una nuvola di polvere in quel secco novembre, che pareva estate, di tanti anni fa. Ben presto si accorsero che tre tragedie in una sola volta si erano abbattute sul piccolo villaggio di Riozzo alle falde del castello di Melegnano. La chiesa era crollata, le due persone più ammirate del paese risultavano scomparse, e la fonte miracolosa del Riozzello si era prosciugata. I nobili cugini e rivali Paolo e Pietro cominciano una gara a chi per primo risolleverà le sorti dello sfortunato borgo… ma quando una cosa deve andare storta non vi è nulla che la possa raddrizzare. Comincia così una serie di divertenti peripezie.

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“Il cane del santo” va al contrario :-) prima ti permette di scaricare gratis l’intero romanzo, poi, se vuoi, ti fa leggere di seguito il primo capitolo.

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Ai più era apparsa come una nuvola di polvere in quel secco novembre, che pareva estate, di tanti anni fa. Ben presto si accorsero che tre tragedie in una sola volta si erano abbattute sul piccolo villaggio di Riozzo alle falde del castello di Melegnano. La chiesa era crollata, le due persone più ammirate del paese risultavano scomparse, e la fonte miracolosa del Riozzello si era prosciugata. I nobili cugini e rivali Paolo e Pietro cominciano una gara a chi per primo risolleverà le sorti dello sfortunato borgo… ma quando una cosa deve andare storta non vi è nulla che la possa raddrizzare. Comincia così una serie di divertenti peripezie.

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IL PRIMO CAPITOLO

Capitolo 1 – Il sole ebbe la buona idea di tramontare

Quando Dio, quella mattina, inventò con un colpo di pennello un bel turchino, preludio alla fine di una notte senza luna, i primi curiosi si ritrovarono sulla soglia della casa di piacere per assistere all’evento della stagione.

Dovettero aspettare un bel po’, perché, fino a quando il primo raggio di sole, con il suo rosso tocco, non accarezzò la punta del campanile della chiesetta di Santa Maria della Sorgente, non accadde proprio nulla.

Ma i villani di Riozzo, che erano soliti ai capricci del tempo – ah! che anni infausti, non c’erano più le mezze stagioni -, e dei loro due nobili, non si persero d’animo e, tirati fuori dalla cantina un sorso di vino e due luganeghe, aspettarono con pazienza che l’astro diurno compisse la sua strada nel cielo e che, al venerato marito in partenza per la caccia, la viscontessa terminasse la predica, farcita di mille raccomandazioni.

«Ma siamo sicuri… stamattina?».

«Sicurissimo, come il sole che sta sorgendo».

«Parola della Lia».

«Beh! Allora… Beviamoci su. Alla salute del Visconte che, come tutte le volte…».

«Ssst. Sento qualcosa forse ci siamo».

Pffffff… Pffffffffff…. Pfffffffffffffffffff… Pffffffuu… Pffffffffuuu… Pffffuuuuuuu… Un verso spaventoso si incanalò lungo la strada e raggiunse gli assiepati all’intersezione delle vie, innanzi al postribolo. Al suono del corno – quale suono? era piuttosto un terrificante latrato – fece eco, pochi secondi dopo, un ululato degno del lupo più affamato e arrabbiato dei dintorni. Era il trombettiere del conte annunciante che, anche lui, il nobile cugino del visconte, avrebbe dato vita a una battuta di caccia.

Tra gli illustri parenti correva un certo astio, una malcelata invidia, e ciascuno dei due voleva essere il più amato, il più ammirato e il più temuto dai propri paesani. Così alla mossa di uno rispondeva, a stretto giro, l’altro.

«Doppia battuta di caccia oggi».

«Speriamo non vadano nella stessa selva, altrimenti…».

«Dall’ultima volta avranno imparato qualche cosa… no?».

«Chi? Quei due?».

«Eccoli».

A quel punto, le voci tacquero; le mandibole, intente a sminuzzare pane secco e lardo, si bloccarono; le ciotole, piene di vino, si arrestarono a mezz’aria; le teste si voltarono nella stessa direzione, come i girasoli verso il sole; gli occhi si sgranarono di fronte allo spettacolo che stava per cominciare.

Dal cortile di sinistra uscì il vessillo del visconte, un leone con tre palle, seguito da una masnada di uomini a piedi e altri a cavallo in ordine sparso.

«Serrate le fila! Disciplina!» gridava a mezza voce il visconte.

«Non vedete che ci guardano? Siete proprio dei…» e, avvicinandosi al postribolo, sfoderò il miglior sorriso rivolto al popolo in attesa.

Circonfuso da una nuvola di polvere, issato su un cavallo imponente, stava il nobile Paolo, abbigliato con la sua divisa da caccia più elegante e in atteggiamento benedicente. Avrebbe potuto essere scambiato per il vescovo di Pavia che entrava in paese, non fosse stato che, oltre alla calzamaglia verde e alla tunichetta in tinta, stretta in vita da un cinturone di cuoio enorme, portava un pugnale cesellato a destra, una spada a sinistra e l’arco con la faretra in spalla. Sembrava, piuttosto, in procinto di assediare un castello.

Pochi momenti dopo, un po’ più in fondo alla via, dalla parte destra uscì il vessillo del conte, un leone con tre palle, seguito da altrettanti uomini in assetto casuale: in mezzo al polverone, che a questo punto era un vero e proprio nebbione, vi era il blasonato Pietro, altrettanto abbigliato e armato, con atteggiamento ugualmente benedicente. Pareva il vescovo di Lodi che usciva dal villaggio.

I villani, vedendo avanzare verso di loro quel doppio esercito di uomini e cavalli eccitati per la caccia e per la rivalità degli schieramenti, si irrigidirono contro i muri del bordello e spalancarono ancora di più gli occhi.

Si colpivano, vicendevolmente, con pizzicotti tremendi. Copiose lacrime, frutto appunto dei pizzichi, scendevano sulle loro guance, falsa ostentazione di un’ammirazione religiosa per i due nobili. Farsi sorprendere a ridere, di fronte a quella scena apocalittica, era già costata, le volte precedenti, una giornata di gogna pubblica a più di un malcapitato.

Gli eserciti venatori presto si affiancarono – la via era infatti larga una ventina di passi – e la polvere sollevata, intanto, si era fatta caligine fitta. Non mancarono colpi proibiti, insulti, spintoni e un inevitabile mescolamento di truppa, tenuto conto che conte e visconte si fregiavano dello stesso stemma, unica cosa visibile in quella nuvola polverosa. All’intersezione delle due vie, di fronte all’ingresso del lupanare, i cortei si divisero: il visconte a destra e il conte a sinistra, l’uno con metà dei cacciatori dell’altro.

Per una buona ora, dopo il passaggio delle truppe venatorie, davanti al bordello si vedevano ancora sparuti miliziani che, accortosi di avere seguito il nobile sbagliato, tentavano, con aria smarrita e vagamente colpevole, di riunirsi ai loro gruppi di appartenenza.

«Sapete in quale bosco caccia il visconte?».

«Segui la nuvola di polvere a tramontana».

«La selva del conte?».

«Segui la nuvola di polvere a mezzogiorno».

Il sole, intanto, superato l’orizzonte fatto dalle alte fronde dei boschi che fasciavano le rive del Lambro, si alzava maestoso nel cielo terso.

«Anche oggi nemmeno una nuvola».

«Buon per i cacciatori».

«Sì, ma sono due mesi che non cade una goccia d’acqua».

«Sono stufo di mangiare pane, luganega e polvere».

«E sì, e poi questa bocca sempre asciutta».

«Proprio tu. Una botte di vino al giorno non ti basta e mi vieni a dire che hai la bocca asciutta?».

«Non me ne parlare…».

«Proprio asciutta… Alla salute».

È inutile aggiungere che lo strepito della partenza aveva messo in allarme la selvaggina nel raggio di un paio di leghe e che, memori delle passate esperienze, fagiani, tordi e conigli avevano avuto tutto il tempo di rifugiarsi in luoghi sicuri.

Conte e visconte, uomini astuti e orgogliosi, per evitare di rientrare in paese a mani vuote – sia mai che l’altro tornasse con un cinghialetto – avevano mandato, in gran segreto, alcuni fidati uomini ad acquistare della cacciagione nei villaggi vicini per preparare una degna parata al rientro dalla spedizione.

La folla, dopo un’ora, cotta dal sole e senza più nulla da vedere sulla via, si spostò dalla soglia all’orto del bordello, da dove, sotto un pergolato di glicine, si potevano osservare a distanza, rinfrescati dall’ombra e dal vino, i boschi nei quali i nobili davano mostra della loro ars venatoria. Non si scorgeva, ovviamente, nulla: l’eco delle urla, l’ululato del corno, la risposta della tromba e il nuvolone di polvere, che spuntava come fumo azzurrino dalla sommità degli alberi, erano però sufficienti per mettere di buon umore gli spettatori e per trovare lo spunto per quattro parole.

Passò il mezzogiorno, buona parte del pomeriggio e quando il sole si inclinò verso le fronde dei boschi di ponente, la luce si fece opaca e cominciò a spirare un insistente vento da oriente.

«Oggi si stanno impegnando. Guarda un po’ che polvere alzano…».

«È persino scolorito il sole».

«E che venticello rinfrescante».

Il polverone in questione, mentre i nostri spettatori discorrevano tranquillamente, si fece nube scura e il sole vi si eclissò dietro; il suono del corno e della tromba si tramutò in brontolii, dapprima lontani, poi via via più forti. La folla sgattaiolò dalla casa del piacere e si scatenò l’inferno. La pioggia, che non era caduta negli ultimi due mesi, precipitò con furia e il cielo si sciolse in chicchi di grandine grossi come pugni.

A sera, i nobili contendenti rientrarono in paese stanchi, sporchi, gocciolanti di fango e con molti feriti a causa della madornale gragnolata, portando in trionfo le conquiste già pulite, spennate, scuoiate e infilate su grandi spiedi.

I fidati uomini mandati a comprare la selvaggina ”di riserva”, infatti, non ne avevano trovata se non già pronta da cucinare, e così conte e visconte dovettero ingegnarsi su come presentare al volgo le prede già predisposte per l’arrosto.

Il sole ebbe la buona idea di tramontare e la piccola falce di luna, che stava già a occidente, ebbe la grazia di non rischiarare troppo il velo di tenebre che Dio aveva steso sul borgo, dopo una giornata tanto intensa e movimentata.

I numeri de IL CANE DEL SANTO

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Il Cane del santo su Anobii…

Il cane del santo è presente anche nella libreria/biblioteca mondiale di Anobii: http://www.anobii.com/books/Il_Cane_del_Santo/01b2fb4e321b99e3b5/
E’ sullo scaffale di 42 persone e la media voto è di 4 stelle su 5
Oltre 3.400 download per l’edizione 2008, più di 350 per l’edizione 2011 (in rete dal 21 novembre in formato pdf, epub, mobi)… Il cane viaggia verso le 4.000 copie scaricate. L’ebook è completamente GRATUITO.

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